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La mia santità è Dio che la disegna

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 

Matteo 5,1-12

Il Santo Padre nella recente esortazione Gaudete et exsultate, parla dei nemici sottili della santità, che sono le due eresie comuni a ogni epoca: la gnosi e il pelagianesimo.

Volendo semplificare molto si tratta di questo: per la tendenza gnostica la salvezza è capire qualcosa, riempirsi il cervello e arrivare a dominare con la testa la propria vita, conoscere tutti i misteri e parlare lingue di angeli e di uomini, come direbbe san Paolo.

Invece per la tendenza pelagiana tutto sta nell’ impegnarsi, nello sforzarsi, Dio ci ha dato l’ esempio, adesso tocca a noi. Quanta predicazione cattolica è gnostica o pelagiana… e la gente scappa da una Chiesa astratta o volontarista, e chissà che non sia un bene, perché così forse torneremo alla base della Chiesa, che non è l’ intelligenza o la forza, ma la Pasqua del Signore.

La santità, vera identità cristiana ed essenza del battesimo, è un’ opera di Dio in noi. Ed è quel che troviamo nelle Beatitudini, chiave donata dalla liturgia per proclamare e celebrare la santità.

Qui appaiono una serie di passivi, che gli studiosi chiamano “passivi teologici”. Sono forme di espressione per parlare di un atto mostrando il destinatario di quella opera e non l’ attore – così l’ ebraismo evitava di citare troppo il nome di Dio, di per sé impronunciabile al tempo. Eppure questi passivi teologici sono così importanti proprio così come sono.

Vediamo quelli più evidenti: saranno consolati, avranno in eredità la terra, saranno saziati, troveranno misericordia, saranno chiamati figli di Dio. Sono atti di Dio. Sono opere che Dio farà in loro, come le altre: consegnargli il suo Regno, mostrarsi loro.

CONDIZIONI PASQUALI. Ogni beatitudine indica una condizione in cui Dio compie queste opere, e si tratta di condizioni pasquali, di povertà, di pianto, di mitezza di fronte al male, di fame e sete, di accogliere il male altrui, di circoncisione del cuore, di persecuzione. Peraltro essere operatori di pace, nel Nuovo Testamento, vuol dire far pace per mezzo del proprio sangue, il Signore dà la sua pace così, non come la dà il mondo, ossia con alleanze per ottenere la distruzione del nemico o con la sequenza di trattati di pace tutti regolarmente smentiti nella storia.

Allora cosa è la santità? È quando lasciamo che ciò che ci succede sia il luogo dove Dio opera, e ci lasciamo portare dove lui ha pensato. È una questione molto più di accoglienza che di intelligenza o di forza.
La mia santità la disegna Dio, attraverso le occasioni che ho per lasciarmi portare da lui.

Abbiamo occasione di farci consegnare la sua vita quando si apre una porta per perdere la nostra. I difetti di un coniuge sono il sentiero dell’ opera di Dio per un cuore di sposo o sposa, lì dove l’ altro non va cambiato o mentalizzato, ma accolto. E lì opera Dio. Le difficoltà di ogni giorno sono mille occasioni pasquali per vedere l’ opera di Dio. Non serve forza o intelligenza, serve accoglienza.

La mia santità è nascosta nella vita che la provvidenza mi dà, non nel mio cervello o nei miei muscoli.

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