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Per ritrovare il cuore, nostro e degli altri

Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Luca 15,1-32

Spesso ci si accosta alla parabola del padre misericordioso dimenticando che è la terza di una serie di tre parabole che si illuminano reciprocamente e scaturiscono da una circostanza specifica, quella in cui Gesù viene circondato di pubblicani e peccatori; e in quel momento farisei e scribi mormorano: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Il testo prosegue: «Ed egli disse loro questa parabola… » e inaugura la serie che comprende la parabola della pecora perduta, quella della moneta perduta e quella del figlio perduto. E il loro ritrovamento.

Gesù darà voce a farisei e scribi nelle parole del fratello maggiore del figlio ritrovato, il quale rimprovera il padre dicendo: «Ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 

La rabbia del fratello maggiore trasuda invidia, come a dire: bella cosa! Questo è andato a divertirsi, se l’ è goduta, e ora qui mangia e beve! Mentre «io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici».

Ma cos’ è il peccato? È “godersela”? L’ esperienza del fratello minore è tragica, devastante, umiliante, degenerante. Il padre infatti definisce cosa sia il peccato, e il testo ripete due volte questa profezia esistenziale: «Tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato ».

Il peccato è morte e privazione, è un’ esperienza di smarrimento di sé stessi. Ma sin dal tempo del serpente del libro della Genesi il peccato viene invece millantato come un’ esperienza di vita, di acquisizione e di crescita, per poi rivelarsi come un atto autodistruttivo.

UNA VISIONE INFETTATA. Dove ritroviamo la “mentalità” del serpente? Proprio nelle parole del fratello maggiore, che sono quelle dei farisei e degli scribi. Il serpente ha infettato la visione religiosa, e il motivo per fidarsi del Padre celeste non è la vita e la salvezza, ma il dovere, la rinuncia frustrata e sterile, la ricerca della propria immagine eticae cose simili. Questo rende la fede una negazione e non un luogo di amore.

Di chi bisogna aver paura di più? Del minore che sbaglia e rinsavisce o del maggiore che può stare a un millimetro dalla Grazia con una visione distorta del peccato e del Padre che lo rende suddito e non figlio?

Vale la pena di puntualizzare che al tempo in cui Luca compila questo capitolo i farisei e gli scribi appartengono al passato esistenziale, non sono l’ attualità di coloro per cui Luca scrive. Farisei e scribi vivono nella casa del Padre, possono essere molti cristiani. In ognuno di noi può abitare, latente, la mentalità moralista che dimentica, per sé e per gli altri, che un peccatore è una pecora perduta. Una persona immersa nel peccato è una moneta smarrita, ossia un valore grande da non perdere. Vale la pena di accendere la lampada, spazzare la casa e cercare accuratamente finché non ritroviamo il cuore, nostro e altrui. Perché il Cielo fa festa per ogni peccatore ritrovato.

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