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Il ricco e il povero Lazzaro

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco».

Luca 16,19-31

La nostra epoca è segnata dall’evoluzione tecnologica, con indubbie conseguenze positive, ma anche con gravi ripercussioni antropologiche. I bambini che crescono attaccati agli schermi dei tablet o degli smartphone subiscono, dicono gli studi, la repressione della funzione simbolica. In parole povere: avendo una massiccia fruizione di immagini – come mai è successo nella storia umana – non immaginano “in proprio” ma vengono asfaltati dalle immagini che ricevono. È un esempio, fra molti, di atrofizzazione. Questo grave tema vien fatto presente nel Vangelo di questa domenica, dove c’è un uomo, il ricco epulone, «che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» senza rendersi conto di dove questa serie di soddisfazioni lo stiano portando. Anche noi, se iperalimentati di appagamenti, perdiamo consapevolezza delle conseguenze: il comfort, il piacere e l’estetica, ci possono rendere ciechi e sordi. La storia del povero Lazzaro è quella di qualcuno che vive circondato di persone che non lo vedono, i cui sensi non funzionano. È notevole il particolare, solo apparentemente insulso, dei cani che vanno a leccare le ferite: è l’atto della cura, che gli animali hanno intrapreso per questo povero ammasso di carne dolorante ignorata dagli uomini, ai quali i banchetti e la porpora hanno tolto l’umanità, i cani li superano in sensibilità… La prima lettura della liturgia di questa domenica è un brano di Amos che parla di “spensierati” – in ebraico il termine vuol dire “privi di problemi” – la cui orgia finisce male. Un tempo c’era l’infelice definizione di “scemi di guerra” – persone in condizione menomata a conseguenza dei traumi bellici. Oggi abbiamo gli “scemi di pace”, un esercito di persone, principalmente giovani e giovanissimi, privi di solidità per atrofizzazione da intontimento conseguente a benessere. È interessante la parola “imbecille”, che in sé deriva dal termine “imbelle”, ossia colui che non sa combattere.

L’ARTE DEL DISCERNIMENTO

Non si tratta di riproporre un assurdo machismo, ma di capire dove portano le cose. Fra i primi rudimenti dell’arte del discernimento c’è la domanda: se faccio, penso, scelgo questo o quello, dove mi porterà? «Ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento » dice il ricco, dal suo esito infernale, al padre Abramo, per i suoi fratelli che camminano anch’essi per la strada dell’appagamento che porta all’autodistruzione. Abramo risponde: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti». È una risposta tragica: se i sensi non funzionano, non funzionano e basta. Neanche se appare Cristo risorto. Perché i sensi riprendano a funzionare bisogna usarli, de-atrofizzarli. La croce, il dolore e le scomodità spesso Dio ce li manda proprio perché apriamo gli occhi, riprendiamo ad ascoltare e torniamo in noi stessi. Così capiamo dove stiamo andando a finire, e cambiamo strada.

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