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Ritroviamo la strada della maternità

[I pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.

Luca 2,16-21

La liturgia del primo giorno dell’anno celebra la maternità di Maria. Il titolo “Madre di Dio” – in greco Theotokos – è proclamato negli antichi concili e dai Padri della Chiesa per proteggere l’integrità della nostra fede. Perché? A pensarci, è paradossale affermare che una creatura generi Dio, ma questa è la sorpresa del cristianesimo: l’uomo e Dio si sono uniti nel grembo di Maria.

L’equilibrio di questo incontro è vitale: se Gesù fosse solo Dio, allora la sua vita sarebbe del tutto altra dalla nostra, e l’amore che ci ha mostrato sarebbe rimasto impossibile, sovraumano. D’altra parte, se Gesù fosse solo uomo, allora il cristianesimo sarebbe un moralismo orizzontale, dove quel che ci resta è solo l’impegno a seguire qualcosa che dobbiamo fare fondamentalmente da soli. Il titolo Theotokos è per affermare che Gesù era vero Dio e vero uomo. Maria è una donna e nella sua carne umana il Figlio di Dio è realmente generato.

IL SEGRETO DI OGNI OPERA CRISTIANA. Tutto questo potrebbe sembrare un problema filosofico, invece è il segreto di ogni opera cristiana: l’uomo e Dio si possono unire, la carne umana può accogliere la potenza di Dio, esiste la sinergia fra povertà umana e gloria di Dio.

Proprio il primo giorno dell’anno celebriamo la capacità di Maria di generare Dio. Ed è una capacità che si estende a ognuno di noi! Gesù dice: «Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,35). Ossia: possiamo vivere la stessa esperienza di Maria. Abbiamo anche noi la potenzialità di consentire alla gloria di Dio di emergere dalle nostre opere. Secondo il piano di Dio per ciascuno di noi, possiamo diventare canali di grazia per il mondo.

Ma questa potenzialità rivela, grottescamente, un altro problema, tutto peculiare dei nostri tempi, che frustra la nostra capacità di generare la vita divina: per essere “madri” di ciò che è di Dio bisogna prima accettare di essere “madri” a priori. Si tratta di accettare la nostra fecondità. Se il battesimo ci dota di una vocazione alle opere di Dio, il problema di oggi è senza precedenti: la mancanza di volontà di essere madri e padri, la chiusura alla fecondità.

Non è solo riluttanza a generare e a proteggere la vita nuova, ma è un problema più profondo con l’identità umana stessa. Il delirio di indipendenza e l’ideale di autonomia individuale ci hanno portato alla solitudine. Siamo sguatteri di noi stessi, della nostra ragione e della nostra sensualità. L’ossessione all’autogratificazione nega la nostra paternità e la chiamata del cuore a essere una fonte di vita, non il binario morto della vita.

Come dire di «sì» alla maternità sublime delle cose sante, se abbiamo perso la strada della maternità in sé?

La vita umana è il viaggio dall’essere figli al diventare padri. Dall’essere bocche da sfamare a mani che proteggono, curano, nutrono.

Cominciamo l’anno aprendoci a tutte le cose belle che Dio vuole fare in noi, ma accogliendo di essere chiamati alla maternità, alla paternità. O restare infantili.

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