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Signore, quante volte dovrò perdonare?

DONACI, SIGNORE, LA GIOIA DEL PERDONO

Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Matteo 18,21-35

Le letture di questa domenica sono incentrate sul tema cruciale del perdono cristiano. La parabolaraccontata dall’evangelista Matteo vuol farci comprendere, sullo sfondo della tradizione sapienziale, come il perdono e la misericordia siano atteggiamenti nuovi, che la preghiera autentica fa nascere nel cuore dell’uomo.

Intorno ai temi del perdono e della misericordia con facilità si scatena il bisogno di… “distinguere”, nel tentativo di trovare ragioni valide per non viverli fino in fondo! E questo non sempre per cattiva volontà o per calcolo meschino; più semplicemente, perché spesso la risposta di Gesù a Pietro («Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette») getta alle ortiche i nostri calcoli e le nostre presunte sicurezze.

SITUAZIONI COMPROMESSE PER SEMPRE? Già facciamo fatica ad accettare che Dio Padre non ponga limiti al perdono (ne sono triste testimonianza alcune reazioni negative ai gesti e alle parole di misericordia di papa Francesco); già ci è diffficile credere che non esistano, davanti al Signore, situazioni di peccato compromesse una volta per sempre. Immaginarsi se possiamo ritenerci capaci di perdonare, come ci chiede di fare oggi Gesù! E allora eccoci lì, nella migliore delle ipotesi, da una parte a invocare il perdono per noi e, dall’altra, a riprodurre lo stile di vita del servo impietoso del Vangelo. Il suo grande peccato non è stato quello di essere ingiusto o disonesto! No! Il suo grande peccato è stato quello di non aver imparato niente dal gesto e dal cuore del suo padrone. E dire che tra il perdono ricevuto e l’incontro con l’altro servo debitore passano appena pochi attimi («appena uscito», sottolinea Matteo)!

Il comportamento del servo ci dice ciò che può capitare – e di fatto spesso capita – a ciascuno di noi: di essere persone che pregano e invocano Dio e, “appena usciti”, di mettere in atto una grande cattiveria.

CIÒ CHE CI RENDE PIÙ SIMILI A DIO. Finché continueremo a trovare giustificazioni per non perdonare, dimostriamo di non aver capito che il perdono è un mezzo delicato e provocatorio – forse l’unico che ci è rimasto! – per agire in maniera veramente costruttiva nella storia. Del resto, il perdono verso chi ci ha offeso e danneggiato è l’atto che più ci rende simili a Dio. Il fatto che il Vangelo di oggi ci inviti a trovare in Dio la fonte e, soprattutto, la misura e i criteri per esercitare il perdono, rende il gesto e la decisione di perdonare più ardui, essendo la decisione di perdonare quella che, più di ogni altra, oltrepassa le nostre tendenze naturali. Ma con la grazia di Dio tutto è possibile, anche il perdono autentico!

Qualcuno obietta: «Ma se perdoniamo “settanta volte sette” dove vanno a finire le esigenze di giustizia? ». Beh, forse facciamo bene a ricordare che senza giustizia non si vive; ma attenzione che… di sola giustizia – senza misericordia – si muore!

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